Walter FIliputti / I vini che raccontano la mia storia di vignaiolo

IL VINO DEL CUORE
Ho creato tantissimi vini – anche se i più buoni sono quelli che ancora debbo fare – che hanno avuto l’onore di moltissimi giornali italiani e stranieri (nel 1985 uscirono ben 8 pagine, sul New York Times, dell’edizione domenicale) e di entrare nelle carte dei ristoranti più prestigiosi del mondo. Eppure, nella mia anima di vignaiolo, il posto rilevante è occupato dal lavoro fatto per ridare nobiltà a vini del Friuli che erano da tempo dimenticati e, in alcuni casi, in via di estinzione.
Su tutti il Pignolo.
Dedicai anni e anni sia al recupero delle varietà autoctone sia – fondamentale – alla loro diffusione sui mercati più importanti del mondo. In epoche nelle quali produrre questi vini faceva sorridere la maggior parte degli altri vignaioli, io li portavo in Germania e a New York (nel 1981 incominciai con la Ribolla gialla e, in seguito, col Pignolo). Furono i consumatori i miei grandi alleati, che accettarono, spesso con entusiasmo, le nuove proposte.
Era la filosofia di Luigi Veronelli, al quale tutto il vino italiano deve moltissimo e che mi convertì, con pochissima fatica, al suo verbo.
A rafforzare questo mio credo contribuirono anche, in maniera determinante, due persone del mio paese, Percoto: Giannola e Benito Nonino che, per salvare varietà autoctone a rischio di estinzione -quali Pignolo, Schioppettino e Tazzelenghe –, istituirono il premio Risit d’Aur (barbatella d’oro), assegnato al vignaiolo che più di altri avesse contribuito alle loro salvaguardia e produzione. Fu così che mi onorarono del Risit del 1983 per il lavoro di recupero del Pignolo.

IL MOVIMENTO CULTURALE ITALIANO DEGLI AUTOCTONI NASCE GRAZIE AL PREMIO RISIT D’AUR DEI NONINO

giannola-nonino
Giannola Nonino

E’ davvero curioso che sia stata la grappa a dare il la al movimento culturale delle varietà autoctone italiane in via di estinzione. “Alla fine degli anni 60 – racconta Giannola Nonino – la grappa era considerata un distillato grezzo, retaggio della miseria, del freddo e della fame. Leggevo su Panorama la rubrica di Luigi Veronelli, che invitava i vignaioli a vinificare cru per cru, vitigno per vitigno, senza mescolarli tra loro. Così, dopo anni di ricerche e assaggi, l’idea vincente: realizzare per la grappa quanto Veronelli suggeriva per il vino. Era il 1° dicembre 1973 quando Benito, nella distilleria di Percoto, rivoluzionò un mondo che viaggiava da secoli su schemi consueti e creò la prima grappa che venne chiamata – e depositata – Monovitigno Picolit, distillando esclusivamente le bucce dell’uva Picolit, la varietà più nobile del Friuli Venezia Giulia. Dedicammo la distillazione a Gino Veronelli, che fu invitato ad assistere allo storico evento. Alla richiesta di farmi sapere quanto gli dovessimo, mi rispose: “Signora, sono io che ringrazio lei per avermi coinvolto in questo storico momento dandomi la possibilità di scriverne in anteprima”. Anni dopo, Veronelli aggiungeva: “Quello compiuto da Giannola e Benito fu l’inizio di una rivoluzione resa vincente dal genio e dalla follia degli esecutori e dalla fedele sicurezza delle magiche figlie. Non distillano più solo vinaccia o uva, distillano terra, civiltà e costumi”.
Monovitigno Picolit conquistò rapidamente i consumatori più esigenti. Se da una parte Benito ne cambiò radicalmente il metodo di lavorazione – vinacce fresche appena fermentate varietà per varietà e distillate con alambicco artigianale discontinuo – dall’altra Giannola ne rivoluzionò l’immagine, il packaging e le strategie di vendita. Nel volgere di una stagione i Nonino trasformarono i parametri qualitativi della grappa, che sembravano consolidati e inattaccabili, facendola entrare a far parte della cerchia ristretta dei grandi distillati nel mondo. “Dopo la grappa Picolit – continua Giannola – decidemmo che la distillazione di vinacce separate doveva continuare con quelle dei vitigni autoctoni: Schioppettino, Pignolo, Tazzelenghe. Pur di avere le vinacce separate vitigno per vitigno, offrimmo 2.000 lire il chilo anziché al quintale, ma, Picolit a parte, il nome di questi vitigni non poteva comparire in fattura in quanto ufficialmente non esistevano più: gli organi preposti non li avevano inseriti nell’albo comunitario di quelli coltivati in Friuli, condannandoli a morte certa. Per salvarli, pena la perdita della nostra identità, offrimmo un milione di lire e la Barbatella d’oro (Risit d’Aur, in friulano) “al vignaiolo che avrebbe messo a dimora il miglior impianto di una o più di queste varietà, nel rispetto delle tradizioni storiche dei vitigni stessi; inoltre, una borsa di studio di 500.000 lire da assegnare al migliore studio tecnico e storico che servisse a dimostrare che quel vitigno era autoctono, coltivato da secoli in una zona specifica”. Il 29 novembre 1975 nacque il Premio Nonino Risit d’Âur, che venne annunciato con un articolo sul Messaggero Veneto e un’intervista fattami da Isi Benini, allora direttore della sede Rai di Udine, durante la seguitissima rubrica radiofonica Vita nei campi.”

gianola-veronelli
Da sinistra Isi Benini, terza Giannola Nonino, quindi Bruno Mantovani, Luigi Veronelli e Walter Filiputti.

Era una vera e propria dichiarazione di guerra a una legge assurda e la reazione fu immediata. “Il lunedì successivo alla pubblicazione del bando si presentarono nei nostri uffici alcuni funzionari dell’Assessorato dell’Agricoltura che ci intimarono di ritirare il bando del concorso, pena una multa di 300.000 lire all’ettaro e l’estirpo di tutte le barbatelle di queste varietà ai vignaioli che le avevano piantate; inoltre, avrebbero bruciato, nei vivai, le stesse varietà innestate. Nel contempo Piero Pittaro denunciò sulla rivista Il Punto: “Nonino istiga a piantare vitigni proibiti”.
Per anni la famiglia fu bersagliata da denunce e verifiche fiscali, ma tutto questo rese soltanto più accesa la battaglia di Giannola.“Per saltare l’ostacolo, inserimmo nella giuria le stesse autorità che avrebbero dovuto punire chi aderiva alla nostra provocazione ed ottenemmo l’autorizzazione alla coltivazione sperimentale di Schioppettino, Pignolo, Tazzelenghe. Fu la prima tutela per i vignaioli che coltivavano queste varietà e Benito poté distillare la prima Grappa Schioppettino con il nome del vitigno evidenziato in etichetta. Il 5 febbraio 1979, il Regolamento CEE n. 347/79 con decorrenza 12 marzo 1978, ne autorizzava la coltivazione nella provincia di Udine: e nel dicembre 1983 il regolamento CEE n. 3582/83 le inserì tra le varietà di viti raccomandate.
Fu così che il Premio Nonino Risit D’Aur, vinta la battaglia per cui era stato istituito, fece nascere il movimento per la salvaguardia e il recupero produttivo delle tantissime varietà autoctone italiane e che ora rappresentano il futuro della nostra enologia sui mercati mondiali.
R.W.Apple Jr. New York Times del 31 dicembre 1997: “Per decenni la Grappa è stata poco più che una forma tascabile di riscaldamento per i contadini del Norditalia. Gli italiani più “in” e la maggior parte degli stranieri la disdegnavano. Ma tutto questo accadeva prima che i Nonino di Percoto salissero alla ribalta”.
Per far conoscere al mondo la qualità della Grappa, dal giugno 1977 i Nonino affiancarono al Risit d’Aur il Premio di letteratura e, dal 1983, il Premio internazionale Nonino a difesa della civiltà contadina, della natura e dell’uomo.
Giannola intuì – e nel lungo periodo questa si dimostrò una delle sue visioni più lucide – la necessità di collegare il prodotto al territorio. Bisogna dire che allora nessuno dei produttori di vino in Italia, e men che meno in Friuli, seppe mettere in pratica questo legame, ora diventato strategico per il successo di un marchio. Per questo il vino del Friuli Venezia Giulia deve moltissimo alle grappe Nonino. Hanno dato un contributo determinante alla conoscenza di questo prezioso microcosmo, oltre ad aver fatto comprendere a tutta l’Italia il dovere culturale – che avrebbe portato ad un vantaggio economico – del recupero delle nostre grandi varietà autoctone.
(Anticipazione dal libro Storia moderna del vino italiano, a cura di Walter Filiputti. Skira Editore. Milano.)

PIGNOLO: “VINO DI LUSSO”.  TRA STORIA, ATTUALITÀ E FUTURO.
Il prof. Dalmasso, su una scheda di degustazione di un Pignolo prodotto nel 1930 (è Guido Poggi, autore dell’Atlante Ampelografico della varietà friulane a raccontarcelo), annotò:
“Tipo singolare di vino: di lusso?”. Sì: aveva colpito nel segno: Pignolo vino di lusso. Ma ci vorranno moltissimi anni per verificarlo: settanta, per l’esattezza.
Era il novembre del 1978 quando Manlio Collavini, che aveva in affitto dalla Curia arcivescovile di Udine le vigne dell’Abbazia di Rosazzo, mi convinse a far parte del progetto. Vigne abbandonate dagli uomini e, pareva, anche da Dio, che pure era lì accanto. Da stringere il cuore. Vigne da far rinascere nel rispetto della loro storia secolare.

sogno2 sogno1

Quelle vigne e quei vini li conoscevo in quanto ci andavo con mio padre, che acquistava da monsignor Luigi Nadalutti – prete certamente atipico, detto anche “Don Camillo” per la sua somiglianza all’attore Fernandel – la Ribolla gialla. Il fattore che curava i vigneti abbaziali era Domenico Casasola – Menut per gli amici – che, nel 1966, stappò una bottiglia di Picolit del 1916, in onore dei 50 anni di mio padre, di cui era molto amico. Quel Picolit era un vero capolavoro. Fu il mio primo grande vino che assaggiai ed ora – a distanza di tanti anni – posso dire che meglio di così non avrei potuto cominciare. Ricordo che chiesi di portarne a casa sia la bottiglia (che ancora conservo come pezzo di vero antiquariato).
Tornando all’incontro col Monsignore di quel novembre del 1978 – in una giornata tersa che ti faceva vedere il mare Adriatico che tagliava l’orizzonte – feci visita al monsignore. Lo scopo: farmi dire dove fossero le vigne delle tre uve storiche dell’abbazia – Pignolo, Ribolla gialla e Picolit – la prima certamente nata tra queste vigne; le altre due, probabilmente, grazie al lavoro dei Benedettini. Menut era da tempo in pensione.
Monsignor Nadalutti mi prese sottobraccio ed uscimmo sul belvedere, da dove m’indicò la vigna della Ribolla, del Picolit e del Tocai. E il Pignolo?
“No l’è plui (in friulano: non c’è più). Sono rimaste due viti soltanto che sono qui davanti a te, a fare ombra alla statua”. Lesse sul mio volto la desolazione, ma, pronto, mi rincuorò: “Se non vuoi perderlo, usa questi tralci ed innesta gli occhi sulla vigna di Tocai che sta lì sotto”.

statua
Terrazzo dell’Abazzia di Rosazzo che guarda a est. Accanto alla statua una delle due viti di Pignolo ancora superstiti del 1978.

L’amara verità
Il monsignore era tanto simpatico quanto furbo.
Ma come, sbottai, il Pignolo che ha venduto per tanti anni cos’era? Senza batter ciglio mi rispose: “Tutti lo volevano e visto che non ne avevo, lo costruivo mescolando il Refosco a Merlot, Tazzelenghe e Franconia. Col ricavato tenevo in ordine la chiesa”.
Non basta, in quanto la verità è ancora più amara. Monsignor Nadalutti era uno dei maggiori colpevoli dell’oblio del Pignolo, in quanto lo aveva fatto estirpare lui. Gli altri colpevoli furono i suoi padroni, gli arcivescovi della Curia di Udine che si sono succeduti. Quelle due viti di Pignolo sopravvissero per puro caso in quanto facevano parte dell’orto – che era sul terrazzo – e che gestiva Mariute, una signora che abitava nei pressi. Il monsignore si salvò dall’inferno solo per avermi indicato dove fossero quelle ultime due viti.
Partii da quelle due viti, moltiplicandole anno dopo anno, con l’aiuto del vivaista Sergio Omenetto di Percoto. Ottenni le prime 2.200 barbatelle, che piantai nel 1981, proprio lì, davanti all’Abbazia, il posto più soleggiato, come mi aveva consigliato Menut. In quei terrazzi trovò posto anche il Picolit, mentre in quelli a sud-est la Ribolla gialla e 350 viti di Malvasia istriana. Fu così che la storia viticola del monastero fu rimessa al suo posto. Mancava il seguito: quella enologica e dei mercati. Due sfide non da poco.

La prima vendemmia del Pignolo fu quella del 1984.
Nonostante l’annata fosse pessima per gli altri rossi, il Pignolo dette ottimi risultati. Fu raccolto a fine ottobre, dopo venti giorni di tempo perfetto che lo portò a maturazione. Lo immaginai come grande vino da invecchiamento, con conseguente lunga macerazione e poi affinamento in barrique e in bottiglia. Subito ebbi la sensazione di essere davanti ad un vino al di fuori della tradizione fin qui espressa dai rossi friulani.

La vendemmia ‘85, che fu superba, la migliore, col ’99, degli ultimi quindici anni del XX secolo. Confermò il suo grande carattere e la sua incredibile vocazione all’invecchiamento. Ricordo che lo raccogliemmo dopo il Picolit: aveva ben oltre i 13 gradi alcolici naturali. Cominciata la macerazione, capii immediatamente che stava nascendo un vino davvero unico ed inimitabile. Fu così: alla fine era tannico, coloratissimo, intenso nelle sue sensazioni olfattive. Rimase nelle barrique nuove oltre 18 mesi e un anno riposò in bottiglia: ne uscì un vino di straordinarie razza e potenza, dal colore rubino carico con toni molto accesi dalle sfumature violacee. Dalla coinvolgente personalità.
La prima conferma della sua grandezza la ebbi con un assaggio dieci anni dopo: le mie speranze si erano fatte realtà: i suoi profumi erano diventati dolci, ovattati, ricchi di sensazioni di legno di sacrestia, d’incenso, di sottobosco e, alla fine, di marasca molto matura.

Le Giornate del Pignolo: 6 e 7 ottobre 2000
La fase ascendente dell’85 continuava ancora, imperterrita davanti al tempo che passava. Riconfermata, per mia fortuna, dopo 16 anni da quella prima vendemmia: il 6 e il 7 ottobre del 2000, in occasione delle “Giornate del Pignolo”, quando organizzammo la prima degustazione verticale in assoluto di tale vino: a partire dalla prima annata, l’84, vennero assaggiate – da appassionati, tecnici e giornalisti dall’Italia ed Europa, tra i quali Luigi Veronelli e Jens Priewe (dalla Germania) – le annate ’84, ’85, ’86, ’87, ’95, ’96,’97 e ’99.
Le bottiglie più vecchie si dimostrarono ancora eccellenti, in particolare proprio quelle dell’85, che avevano un colore ancora rubino netto e profondo con nuances speziate da incantare e che incantarono. Era la conferma – definitiva – che eravamo e siamo davanti ad un vino di alto lignaggio, capace di offrire emozioni ad ogni sua età.
Il professor Dalmasso aveva visto giusto. Dopo 70 anni, eravamo certi di poter togliere a quella sua nota – “Tipo singolare di vino: di lusso?” – il punto di domanda, per sostituirlo con quello esclamativo.
Li riassaggiai nel 2014: quel 1985 ancora strabiliante: 29 anni portati come un vero giovanotto. Mentre il 1999, dopo 15 anni, si è fatto sublime e può guardare con tranquillità almeno fino al 2025-2030.

Pignolo anni Novanta: ’95 e ’96 di grande equilibrio naso/bocca, completi, ampi e di lunga persistenza aromatica. Il ’96 ottenne novanta punti da Robert Parker, all’epoca poco incline a valorizzare queste tipologie di vini, mentre ora si è convertito, pure lui, agli autoctoni italiani.
Il 1997 mostrava già la sua personalità. Confermata da una degustazione avvenuta in casa di Daniele Rubin, amico di vecchia data: era il 19 marzo 2015. Sul tavolo, pronti al sacrificio, i Pignolo ‘96, ’97 e ’99. Tutti in magnum. Il ’97 si piazzò appena dopo il magnifico ’99. (La vendemmia 1988 non fu imbottigliata a causa di una violenta bufera d’acqua che compromise il raccolto)

pignolo2

La vera star delle “Giornate del Pignolo” fu, comunque, la vendemmia ’99.
Luigi Veronelli disse: “Ascoltando i profumi di questo Pignolo 1999 si comprende il significato del termine francese “bouquet” e viene da benedire quel signore francese che lo coniò”. Vino, il Pignolo ’99, grasso, intenso, sontuoso e robusto, di colore profondo, speziato, dove cogli cioccolato nero e caffè”. Poi aggiunse: “Dovrò fare come la contessa Perusini, che morì a 101 anni: ora io ne ho 75 e per potermi godere questo vino al massimo della sua potenza sarò costretto a vivere oltre i cento anni“.
Purtroppo non fu così. Di Veronelli porto dentro i preziosi insegnamenti e questo Pignolo, del quale è stato culturalmente complice, lo dedico a lui.
La cena che è seguita alla verticale è stata preparata da due signore: la padrona di casa, Patrizia Filiputti, e Genny De Nardi, lady-chef del ristorante Le Guaiane di Noventa di Piave.
Menu di altissima qualità durante il quale è stata presentata anche l’ultima mia creatura: un bianco 1999 da vendemmia tardiva – denominato 1341 e che restò “opera unica”– che è stato abbinato a ostriche e tartufi di mare: idea che ha suscitato molta ammirazione.
Il menu completo:

Il giorno successivo, domenica 7 ottobre, si aprì con un convegno sul Pignolo nel quale, dopo l’introduzione storica fatta da Walter Filiputti, sono intervenuti Marco Simonit della Preparatori d’uva, che ha tracciato il profilo della vite del Pignolo; l’enologo Salvatore Maule, che ne ha approfondito le tecniche enologiche; l’allora presidente dell’ERSA, Bruno Pinat, che ha sottolineato l’impegno dei vivaisti per il miglioramento genetico del Pignolo stesso. Hanno concluso:
– Giannola Nonino, che ha raccontato la genesi del suo Risit d’Aur , premio istituito nel 1973 e grazie al quale proprio il Pignolo (assieme a Tazzelenghe e Schioppettino) fu salvato dalla follia burocratica che aveva ordinato – sì, ordinato – di estirparli.
– Luigi Veronelli, che fu il primo a parlare del Pignolo dell’Abbazia di Rosazzo, ch’egli scoprì nel lontano 1956 quando conobbe monsignor Nadalutti.
Veronelli ha sottolineato “come sia ormai obbligatorio pensare alle varietà autoctone e che oggi se ne fa un gran parlare: bastava venire qualche anno fa in Friuli dove queste idee erano sbocciate fin dagli Anni Settanta portando sui mercati varietà come Picolit, Ribolla Gialla, Schioppettino, Ramandolo, Pignolo”.
Al convegno è seguita la vendita all’asta, battuta da Angelo Solci che, con rare abilità e precisione, ha collocato i lotti delle future 3.000 bottiglie della selezione Pignolo 1999 Prima vigna. Ovvero le uve raccolte dal primo vigneto piantato nel 1981, che si trova ai piedi dell’Abbazia. Dalle 2.200 piante si ottennero 22,4 ettolitri, ovvero 10 barrique. Verrà etichettato come “Riserva prima vigna”. Proprio questo Pignolo è stato prima fatto assaggiare ai numerosi clienti e appassionati arrivati all’Abbazia (oltre 250 persone) direttamente da una barrique, portata dalla cantina nel chiostro cinquecentesco. È seguita la vendita delle quasi 3.000 bottiglie suddivise in 170 tra bottiglie, magnum, jeroboam, imperiali da 5 litri e due grandi Salomon da 18 litri.
Nel comunicato agli acquirenti si è specificato che l’annata 1999 sarebbe stata imbottigliata nella primavera del 2002 e gli acquirenti avrebbero potuto ritirare le bottiglie a partire dal novembre 2002.
La vendita comprendeva anche 9 lotti singoli – composti da 7 magnum, un jeroboam ed un imperiale – proposti in abbinamento con le sculture di Giorgio Benedetti, artista friulano che con Filiputti ha dedicato le sue opere ai ragazzi disabili che lavoravano con noi da molti anni.
Ragazzi disabili che ebbero l’occasione di reinserirsi nel lavoro. Tra loro, era presente anche Dennis, ormai ex disabile che, con molto orgoglio, svolgeva mansioni di una certa importanza in azienda, mentre un secondo era occupato nella cura del monastero ed un terzo in Comune a Manzano.
Alla conclusione dell’asta una kermesse gastronomica organizzata dal neonato consorzio Friuli Venezia Giulia Via dei Sapori, formato da venti dei migliori ristoranti della regione. Questa è stata la sua prima uscita pubblica, che ha portato molto bene, essendo poi diventato un punto di riferimento in Friuli Venezia Giulia.
Venti chef, ognuno dei quali ha preparato in diretta il proprio piatto.
Ecco il fantastico menu. Agli Amici: terrina di branzino; Al Ferarùt: risotto ai frutti di mare; Al Grop: blècs al rosso Ronco dei Benedettini; Al Lido: brodo di pesce; Al Paradiso: sopis cui foncs; Al Ponte: tortelli di formaggi; All’Androna: boreto de pexe; Alla Pace: muès; Campiello: tartare di tonno; Carnia: gnocchi di zucca; Da Nando: polente cuinzàde; Da Toni: oca al profumo di cren; Devetak: zlicniki di caprino; Là di Moret: polentina e capesante; Là di Petros: terrina di piccione; La Primula: cjalzons; La Subida: stinco di vitello al forno; La Taverna: frico croccante con cotechino; Sale e Pepe: serkuova; Vitello d’oro: baccalà in fillo.

La sfida sui mercati
Banale fin che si vuole, ma un vino è “grande” solo quando è il mercato a dirlo.
Il mese di gennaio del 2001, contro il parere del mio amico importatore negli USA, Fabrizio Pedrolli, patron della Vias import, decisi che avrei presentato il Pignolo al fior fiore dei ristoranti stellati di New York. Arrivai al primo meeting con i venditori con un trolley contenente 18 mezze bottiglie di Pignolo 1999, prese dalla barrique (allora si poteva trasportare in aereo come bagaglio a mano). Chiesi di dedicare una giornata per andare a proporre il Pignolo a otto ristoranti di prima grandezza e non tutti italiani. Mi guardavano ridendo, ma accettarono la mia provocazione. Si sa, a New York gli appuntamenti per vendere il vino non vanno oltre i 15 minuti. Arrivi col tuo vino nel trolley refrigerato, con le bottiglie già stappate per controllare che siano perfette; ti presenti, racconti il tuo vino e alla fine lo fai assaggiare. Il Pignolo nessuno lo conosceva o sapeva esistesse. Mio padre mi aveva sempre detto che “il vino buono piace a tutti”. Mi ero studiato le carte dei vini di quei ristoranti: erano zeppi di rossi californiani, oltre che di numerosi toscani e piemontesi. Noi friulani eravamo conosciuti solo per bianchi. Mi presentai (avevo con me il manager della Vias, che aveva ben preparato gli incontri) dicendo: avete tanti Merlot e Cabernet. Vi offro l’occasione di raccontare ai vostri clienti la storia di un vino che era quasi scomparso e che ora vi presento en primeur. Un vino che si stacca nettamente da quelli che avete in carta. Un vino non ripetitivo. Diverso. Unico. Capace d’invecchiare a lungo. Consegna prevista tra un anno. Il risultato? Saranno stati la bontà del vino, la mia convinzione della sua grandezza, l’ottima reputazione della Vias: alla fine prenotammo in tutti gli otto locali. Poi seguii la stessa strada in un mercato ancora più difficile, nei tre stelle di Parigi: Plaza Athénée di Alain Ducasse, Guy Savoy, Lucas Carton in Place de la Madeleine. Il successo si ripeté.
Fu allora che vidi realizzato il mio sogno di vignaiolo: il Pignolo, oltre che essere il rosso principe del Friuli, si era inserito tra i rossi di vertice italiani.

Verso la fine del novembre 2015 ho raccolto una delle più belle soddisfazioni della mia vita da vignaiolo in occasione di un’importante degustazione di bottiglie di miei vini fatti all’Abbazia di Rosazzo.
Eccoli.
Ronco dei Roseti 1981, 1983 e 1985 (rosso dalle vecchie vigne del Monastero con Merlot in maggioranza, e poi Cabernet franc, Tazzelenghe, Refosco e Franconia).

pignolo-81-
Abbazia di Rosazzo – Ronco dei Roseti 1981
pignolo-83-
Abbazia di Rosazzo – Ronco dei Roseti 1983
pignolo-85-
Abbazia di Rosazzo – Ronco dei Roseti 1985

La vendemmia 1981, in bottiglia 0,75, fu la prima che produssi in Abbazia con la volontà di sfatare la nomea che in Friuli non si potessero fare grandi rossi. Questa dell’81 fu una piccola annata, ma dimostrò, nonostante i suoi 34 anni, che ciò non era vero. Ancora di bel colore, bouquet variegato, ottima tenuta in bocca. Il voto fu, in decimi, 7.
La vendemmia 1983, in bottiglia 0,75, fu una delle migliori. Si presentava ancora con bei toni rubino con lampi aranciati, alta nobiltà al naso. Ha avuto 8+ punti su dieci.
La vendemmia 1985, in magnum, beneficiava – rispetto alle altre annate – di una percentuale di Cabernet sauvignon, sempre col Merlot in maggioranza. Altra grande annata dei rossi (con la 1999, certamente la migliore degli ultimi vent’anni del XX secolo). Che vino! Che classe! Che razza! Sorprendenti la sua vitalità, il suo colore ancora rubino brillante con lampi aranciati. Nobile, speziato, godibilissimo. Bevuto su di una zuppa di pesce molto intensa, stava da Dio! Da bere. Entusiasmò tutti per i sentori di cioccolato al latte, per le pennellate di susine e la lunga persistenza aromatica. Prese 10 su 10.

pignolo1

Pignolo riserva 1997 Mathusalem (5 litri).
Da urlo: intenso nel suo rubino profondo, brillante. Naso di grande eleganza e personalità dove si coglievano ancora sentori di piccoli frutti, ma soprattutto un ampio spartito di note speziate. Entusiasmante. Nerbo alto in bocca, giovane, tannini ancora vivaci, ma ben fusi in una lunghissima persistenza aromatica. Si è esaltato sul filetto di cervo con mirtilli. Può crescere ancora. Da bersi tranquillamente fino al 2025.

5litri

Pignolo Riserva Prima vigna 1999 magnum.
Monumentale. Colore profondo, intenso, vivace senza un minimo cedimento. Nobili i suoi profumi, ampi, di altissimo lignaggio. Pot-pourri di spezie che si aprivano all’infinito. Tannini potenti, ma flessuosi, senza perdere di nerbo. Lunghissima persistenza aromatica speziata. Sublime sugli stinchetti di maiale alla carnica, speziati come da ricetta che mi ha lasciato mia madre. Vino che può guardare con tranquillità al 2030!

pignolo-99

1341 in magnum.
Vino che nacque da un incidente naturale sul percorso di fermentazione del Picolit che, nonostante lo tenessi in barrique a zero gradi, continuava a fermentare. Raggiunse i 17 gradi di alcol. Aveva ancora grammi di zucchero da svolgere. Che fare? M’inventai una cuvée per esaltare l’anomalia dell’annata, unendolo a Pinot bianco, Chardonnay e Tocai fermentati in legno. Ne uscì un vino unico nel suo genere. Dolce non dolce. Da meditazione. Fu imbottigliato solo in magnum. Abbinamenti consigliati? Ostriche e tartufi di mare (sbalorditivo); formaggi stagionati, formadi frant di Carnia, formaggi; foie gras Jolanda de Colò macerato nel Picolit; vino da conversazione, meditazione nonché d’amore.
Perché 1341? Da un documento che avevo trovato sull’Abbazia di Rosazzo:
Cividale 1341, gennaio 20. Il Patriarca Bertrando minaccia la scomunica ad alcune persone, le quali, dopo aver occupato una selva dell’Abbazia di Rosazzo, non volevano piantare le viti”.
Tra i tanti vini degustati, fu quello che colpì più di tutti, alla pari del Pignolo 1999 Riserva Prima vigna: punteggi di 10 con dei + accanto.
Vestito di giallo limone con lampi dorati. Naso d’incredibile ampiezza e finezza, tutti giocati su sfumature dolci fatte di combinazioni esotiche, speziate, mielate e burrose. Infinita la sua lunghezza aromatica in bocca. Personalità inarrivabile. Indimenticabile. Il 1341 resterà una mia “Opera unica”.

pignolo-1341
Dicevo della mia soddisfazione di vignaiolo. Confesso che fu enorme. L’orgoglio di aver la conferma che avevo visto giusto.
I vini invecchiati a lungo raccontano del tuo stile, dell’interpretazione che dell’uva di quel territorio e della vendemmia.
In essi ogni piccolo difetto si dilata col trascorrere degli anni e, nello stesso tempo, ne esalta i pregi.
Quando nasce un vino, lo “senti” e ne immagini il percorso. Lo accompagni fino alla messa in bottiglia, per poi accudirlo in condizioni ottimali, ma non ne hai la prova. Hai la speranza, anche fondata, che diventi grande. Insomma: te la devi giocare. Con coraggio e quel pizzico d’incoscienza che ravviva il sapore del lavoro e della vita.
La bellezza del vino di alta qualità è racchiusa proprio qui.

Scheda tecnica del Pignolo

Colore rubino intenso con toni profondi. Naso personalissimo dalle tante tonalità: vi si colgono, in gioventù, sentori di piccoli frutti rossi molto maturi e poi marasca mescolati all’incenso, al legno di sacrestia, al sottobosco, al cioccolato fondente. Con l’invecchiamento si fa speziato. Sapore imponente, severo, con tannini ben presenti e bilanciati. Vino di pura razza.

Consigli: Impone piatti di carne rossa della grande cucina. Selvaggina da piuma. Cosciotto di agnello al forno. Stinchetti di maiale alla carnica (speziati). Stinco di vitello al forno. Guanciale di maiale in umido. Guanciale di capretto in umido al profumo di spezie. Carni rosse alla brace.

Temperatura di degustazione: non oltre i 18 °C. Da servirsi, quindi, a 16 °C.

Bicchiere: i grandi vini sono come delle opere d’arte: vanno goduti e colti nelle migliori condizioni a loro favorevoli. Va da sé: la scelta del bicchiere riveste enorme importanza:

  • calice Chianti Classico Sommeliers Riedel da giovane.
  • Se il vino ha più di 5 anni, si raccomanda un calice più ampio, come il Bordeaux Sommeliers Riedel.
  • Oltre i vent’anni è preferibile di nuovo il calice più piccolo: Chianti Classico Riedel.

Invecchiamento: nelle grandi annate supera i 30 anni. Si consiglia di berlo non prima di 5-7 anni.

I siti più vocati: La vite di Pignolo è una tra le prime a fiorire e l’uva è l’ultima a maturare, ben dopo il Cabernet sauvignon. Menut Casasola mi raccomandò con insistenza di scegliere terreni collinari marnosi; che fossero asciutti e particolarmente ben esposti a mezzogiorno e protetti dalla tramontana. Altrimenti, mi disse, non matura bene e avrai un vin garp. Tradotto dal friulano: avrai un vino acerbo, aspro. Vite, quindi, da piantare esclusivamente in collina. Su tutte quelle di Rosazzo, sua patria elettiva. Quindi Buttrio, Orsaria, Manzano e Gagliano di Cividale, in attesa di verificare altri eventuali nuovi cru.

Il primo documento storico sul Pignolo.
“Francesco di Carrara chiese nel 1398 alla Signoria di Venezia di poter condurre dal Friuli a Padova sulle acque e porti veneziani venti botte di vino Pignolo per uso e salute sua, perché così gli avevano consigliato gli amici. La Signoria concesse naturalmente l’esenzione dai dazi e dalle gabelle” (Arch. di Stato, Venezia, Senato misti, tomo 44, c 37 v.).
A confortare la prigionia di Jacopo Carrara – figlio del precedente – caduto in mano dei Veneziani ch’egli si era inimicati, i Provveditori del Consiglio di Cividale inviarono a Venezia, il 18 settembre 1405, 8 conziis vini pignoli. Pochi giorni dopo il disgraziato fu strangolato insieme al fratello, perché “uomo morto non fa la guerra”, come dice il verbale di esecuzione (G. Grion, Guida di Cividale, vol. 1, p. 73).

Lo sfregio di un’inglese scellerata

Molti anni dopo, a distorcere la verità del lavoro che avevo fatto sul Pignolo, è arrivata una pretestuosa, scellerata, superficiale e ignorante (nel senso etimologico della parola, che sta per non conoscere, non sapere, ma pure fingere di non conoscere, sottovalutare, trascurare) giornalista inglese, certa Patricia Guy che, sul volume dedicato ai vitigni autoctoni italiani “Vino è”, pubblicato nel 2003 per le Edizioni Gribaudo, alla voce Pignolo scrisse quanto segue: “Nel 1981, quando Walter Filiputti decise di prendere in mano le vigne dell’Abbazia, il suo primo pensiero fu quello di togliere le vecchie vigne e di ripiantare al loro posto qualcosa di più conosciuto. Fortunatamente il suo entusiasmo per il progresso fu tenuto a freno da un vecchio frate, che gli assicurò che dal Pignolo si potevano fare vini eccellenti”. Per un po’ ho pensato di querelarla in quanto disonorava il lavoro di una vita da vignaiolo. Mi viene in mente un passaggio del breve saggio scritto da Carlo M. Cipolla, “Allegro ma non troppo”. “La domanda che spesso si pongono le persone ragionevoli è in che modo e come mai persone stupide riescano a raggiungere posizioni di potere e di autorità”.
Poi, per liberarmi da quella rabbia che non si placava, le scrissi una lettera, alla quale si guardò bene dal rispondere. Eccola.
17.12.13
Signora Patrizia Guy,
è dieci anni che le voglio scrivere, sperando che, nel frattempo, la rabbia mi sbollisse per quanto ha scritto sul mio conto nel suo “Vino è. Vitigni autoctoni” del 2003.
A pagina 194, lei tenta di raccontare il “mio” Pignolo, scrivendo un mucchio di bugie. Un campionario di superficialità che denota pure una scarsa serietà professionale.
“Nel 1981, quando Walter Filiputti decise di prendere in mano le vigne dell’Abbazia, il suo primo pensiero fu quello di togliere le vecchie vigne e di trapiantare al loro posto qualcosa di più conosciuto. Fortunatamente il suo entusiasmo per il progresso fu tenuto a freno da un vecchio frate, che gli assicurò che dal Pignolo potevano far vini eccellenti”.
Vede: io volevo denunciarla per danni alla mia immagine e avrei fatto bene.
Accenno solo a una parte delle falsità che lei ha scritto, pronto a dimostrare, dati e documenti alla mano, che quanto sostengo sia vero.

Quelle vigne attorno all’Abbazia che ripiantai erano abbandonate da 30 anni e stavano franando causa l’incuria. Rifeci le vigne e le ripiantai con le stesse varietà, tutte autoctone! e addirittura partendo dagli ecotipi superstiti, appoggiandomi al vivaio dell’amico Sergio Omenetto del mio paese, Percoto. Piantai Pignolo, Ribolla gialla e Picolit. Sarebbero queste le viti che lei definisce – in maniera sprezzante – “qualcosa di più conosciuto”?
Visto che fa la giornalista, le consiglio di documentarsi prima di scrivere. Avrebbe dovuto almeno fare ricerca su dei testi “sacri” come quelli di Burton Anderson o del mio Maestro Luigi Veronelli. O consultare la pubblicazione “Il restauro agrario del Monasterium rosarum” che riporta anche le mappe di come sono state piantate le vigne e di che varietà, con tanto di foto. Oppure i documenti catastali e quelli dei reimpianti presso la Doc Colli orientali del Friuli.
Chi le scrive si è battuto fin dal 1973 per la salvaguardia delle varietà autoctone. Ha per primo portato la barrique in Friuli, cominciando dalle varietà locali quali lo Schioppettino, il Refosco, il Verduzzo e il Picolit.
Vuole che le parli di quanto ho lavorato per la salvaguardia dello Schioppettino, dove ho convinto il Sindaco di Prepotto – era il gennaio 1978 – a riunire in seduta straordinaria il Consiglio comunale per disobbedire pubblicamente alla messa fuori legge di queste varietà?
Lei cita “un vecchio frate” dell’Abbazia. Non si faccia ridere: non è mai esistito in quanto i frati hanno abbandonato l’Abbazia a metà del ‘700. Quello era il monsignore in pensione che io conoscevo da anni, in quanto andavo da lui con mio padre a comperare il vino per l’osteria di famiglia. Quel “vecchio frate” è uno dei maggiori colpevoli in quanto lo aveva fatto estirpare, il Pignolo. Gli altri colpevoli furono i suoi padroni, gli arcivescovi della Curia di Udine che si sono succeduti. Quelle due viti di Pignolo sopravvissero per puro caso. Il monsignore si salvò dall’inferno solo per avermi indicato dove c’erano quelle ultime due viti.
Vuole che continui con la prima asta di Pignolo, vendemmia 1999 e tenutasi nel 2000? Nella stessa giornata – presenti grandi giornalisti, oltre a Veronelli, quali Jens Priewe, Burton Anderson, Antonio Piccinardi e altri ancora – è stata organizzata la prima e più importante verticale di Pignolo mai fatta: dalla vendemmia 1984 – la prima dei nuovi impianti abbaziali – al 1999.
Debbo continuare? Non ne vale la pena.

Chiudo dicendole che lei ha offeso la mia dignità, la mia professione, la mia cultura e l’amore per la mia terra. Dopo dieci anni la ferita è ancora aperta. Lei dovrebbe – ma non ne ha l’umiltà necessaria – vergognarsi di quanto ha scritto.
Non merita nemmeno di essere salutata.
Walter Filiputti.

abbazia_di_rosazzo
Libro pubblicato nel 1986 all’interno del quale sono riportate le mappe dei vigneti restaurati da Walter Filiputti.

GIORNATE DELL’ULIVO E DELLE ROSE
Innamorarsi del proprio lavoro lo considero una fortuna, non un peccato. Solo che bisogna essere preparati anche alle conseguenze. Cosa che la mia allora giovane età, sommata all’entusiasmo, non mi fece prevedere nemmeno lontanamente.
Del progetto Abbazia di Rosazzo m’innamorai.
In quel luogo per me magico sono vissuto con la mia famiglia dal 1980 al 2011, restaurando la torre del Mille. Oltre alla casa restaurata, alla Curia Arcivescovile di Udine ho lasciato il patrimonio storico, culturale e morale del recupero del Pignolo, dei vigneti e quello dell’antica cantina, abbandonata da decenni. La prima volta che camminai su quell’antico ciottolato la mia speranza – dissi tra me e me – era di poter aggiungere un pezzettino di storia a quella, secolare, che stavo per incrociare. Alla fine mi ritengo fortunato per quell’esperienza, anche se mi è rimasto un po’ di tannino (ovvero amaro) in bocca.
Non solo il Pignolo è stato salvato, ma anche gli ulivi. Con la collaborazione di un amico esperto di olivicoltura, nonché enologo, Maurizio Castelli e di Attilio Sonnoli, vivaista di Pescia.

ulivo2
Da sinistra il giornalista esperto di olio Piero Antolini, Maurizio Castelli, agronomo e Menut Casasola, l’ultimo che produsse l’olio nel 1929.

Partimmo da due ulivi ancora in produzione, sopravvissuti alla gelata del 1929. Dopo tre anni di lavoro furono ottenute le prime 300 piantine, messe a dimora il 1° giugno 1986 da parte di amici, clienti, giornalisti e personalità dall’Italia e dall’estero. Il primo ulivo fu riservato a Menut Casasola, che era il testimone dell’ultima produzione di olio a Rosazzo, risalente al 1929. Ad ognuno degli ospiti venne poi data una piantina che portava una targhetta col suo nome. Il ronco sopra la piazza di Rosazzo fu dedicato alla numerosa famiglia di Ottavio e Rosita Missoni e ad altri amici come Angelo e Edda Solci e all’artista di ceramiche fiorentino Bruno Gambone.

ulivo1
Menut Casasola mette a dimora il primo ulivo del progetto di reimpianto di Walter Filiputti (in piedi).

Nell’autunno del 1997, con gli ulivi in produzione, creammo la “Giornata dell’ulivo”, dopo aver chiamato a raccogliere le olive i bambini delle elementari di Manzano, che poi assaggiarono l’olio. Fu una festa del paese durante la quale facemmo assaggiare quella che a mio parere è la ricetta migliore per gustare l’olio appena fatto: polenta calda e tenera servita in una fondina con sale grosso e patate lesse. Si mangia col cucchiaio. Il vino? Friulano, allora chiamato Tocai.
Dopo che lasciai l’Abbazia, la giornata dell’ulivo fu trasferita nel borgo sotto le colline di Rosazzo, a Oleis e ripresa nel suo spirito grazie all’intelligenza di Giorgio Colutta, allora assessore al Turismo. Purtroppo, dopo la sua gestione, fu trasformata in sagra. Che tristezza. Ora dicono e scrivono sia arrivata all’XI edizione (quella del 2015). Falso! Da quel 1997 sono passati 18 anni. Così come la storia revisionista o negazionista (e che detesto in ogni sua forma, ché negare la storia è negare se stessi), degna della più smodata presunzione. Nello stesso anno inaugurai il “Percorso delle rose”, che si snodava tra i vigneti di Pignolo e Picolit e gli ulivi. Furono piantate oltre 2.200 rose, delle quali circa 400 antiche.
La giornata delle rose”. Prima edizione 1998. Organizzammo una mostra in cantina ispirata alla rosa con opere di pittori, decoratori, produttori di candele, ricami, oggetti di legno intarsiati e vivaisti. Di lì partì il progetto per arrivare alla creazione di una rosa denominata “Abbazia di Rosazzo”. Ahinoi, pure questa iniziativa è diventata una sorta di squallida sagra, dove dei vivaisti vendono rose. Triste. Tristissimo. Nulla a che fare con l’importanza del luogo. Li avevamo chiamati “Gli Incontri all’Abbazia di Rosazzo”.
Affinché si sappia.

abbazia_di_rosazzo

GLI ALTRI VINI CHE AMO
Lo Schioppettino era l’altra varietà in via di estinzione, assieme a Pignolo e Tazzelenghe, salvata dal premio Risìt d’Aur dei Nonino.
Fu proprio su questo vino – assieme a Refosco, Verduzzo e Picolit – che introdussi, per la prima volta in Friuli Venezia Giulia, l’affinamento in barrique: era la vendemmia 1977.
Fu un successo clamoroso che fece la fortuna dei proprietari, i coniugi Paolo e Dina Rappuzzi, la cui unica bravura fu, oltre che fare promesse, di lasciarmi fare. Mi occupavo non solo della vinificazione, ma pure del lancio, della distribuzione e del posizionamento del vino sui mercati.
Ricordo che, con Veronelli, salii in cantina per assaggiare il Picolit. Era pieno inverno. Un po’ di neve copriva le barrique. Le avevo sistemate all’aria aperta, appoggiate al muro della cantina, affinchè rallentasse i suoi bollenti spiriti. Gino gridò di gioia. Quell’anno i Rapuzzi vinsero il Risit d’Aur. Dimenticandosi, poi, con nonchalance, di quanto avevano ricevuto. Un classico. Ebbe a dire Antoine Bernheim, banchiere francese, che fu anche presidente di Generali: “La riconoscenza è una malattia che colpisce solo i cani e che non si trasmette all’uomo”.
All’epoca si bevevano degli Schioppettini amabili o dolci, eredi di quella cattiva tradizione che doveva mascherare gravi difetti di vinificazione. Avevamo dalla nostra solo la storia, ma quanto a conoscenza enologica eravamo all’anno zero. Non si sapeva gestire la fermentazione malolattica, per cui i vini restavano duri e acerbi. Solo gli zuccheri – veri o aggiunti – li rendevano bevibili. Senza parlare delle botti ammuffite, delle cantine sporche e via dicendo. Si badi bene: limiti comuni, allora, a molte cantine del Friuli Venezia Giulia e d’Italia.
Quella vendemmia ’77 cambiò il destino di questo vino, che seppe conquistarsi i mercati. Avrebbe dovuto stimolare gli altri produttori della zona a seguire quella strada, invece accadde l’opposto: spiazzati dall’innovazione, reagirono chiudendosi. Persero oltre vent’anni. Solo la nuova generazione – che, nel 2002, fondò l’Associazione Produttori dello Schioppettino di Prepotto – recepì le scelte tecniche che avevo applicato nella cantina dei Ronchi di Cialla nel 1977, inserendole nel nuovo disciplinare della sottozona “Schioppettino di Prepotto”.
Per tornare alla storia. Questo vino, che ha subito gli stessi soprusi culturali toccati a Pignolo e Tazzelenghe, venne riabilitato l’8 marzo 1978 grazie, come si è visto, all’impegno dei Nonino.
Per difendere la produzione del comune di Prepotto, che allora era l’unico territorio dove lo si coltivava, venne convocato il Consiglio comunale in seduta straordinaria, con all’ordine del giorno la difesa dello Schioppettino. Era il 9 gennaio 1977. L’illuminato sindaco era Bruno Bernardo.
Chi scrive provocò tale fatto e fu invitato a tenere una relazione sul vino simbolo di Prepotto.
Il Consiglio comunale adottò la seguente delibera:
Sentita la relazione del dott. Walter Filiputti, che si allega.
Vista la documentazione dallo stesso presentata e che si allega.
Preso atto che detto vitigno non fa parte di quelli autorizzati alla coltivazione.
Preso atto della deleteria ed effettiva speculazione sul nome di tale vino a danno dei veri produttori.
Espressa preoccupazione e rammarico per il D.L. 10-12-1976 n. 799;
con voti unanimi, espressi ed accertati nelle forme di legge, delibera di chiedere che lo Schioppettino entri a far parte almeno dei vitigni autorizzati, e che la coltura sia riservata solo ed unicamente al Comune di Prepotto.
In attesa di detto riconoscimento il Comune si dichiara disposto a garantire tale vino sia per la quantità prodotta sia per la provenienza, attraverso il controllo e la pubblicazione annuale della denuncia delle uve dei produttori stessi
.
Un intero Comune era insorto a difesa del proprio vino simbolo.

Il Ronco delle Acacie – vino da tavola che entrò nella storia enologica nazionale come il primo bianco in barrique d’Italia – s’inserisce, ed è il risultato, di un preciso momento storico.
All’epoca eravamo leader nei vini bianchi freschi, immediati, floreali, piacevoli, invitanti. In breve: la scuola di Mario Schiopetto. Andando per il mondo si coglieva l’impressione che questa strada non ci avrebbe portato lontano. Il vino d‘annata ha, per definizione, un modesto valore aggiunto economico, oltre che facilmente imitabile. Mentre era il tempo nel quale bisognava investire in ogni direzione. Inoltre, si dovevano scalare i gradini sia dell’immagine sia del posizionamento sui mercati. Spazio in esclusiva dei francesi, Borgogna in particolare, ed anche dei californiani. Bisognava andare a giocarsi la partita sul loro campo.
La mia volontà era dare ai bianchi friulani le medesime potenza, longevità e caratura dei grandi bianchi di Borgogna, dove avevo studiato. Collocandolo ai vertici della scala sia di valore sia d’immagine. Di Ronco delle Acacie, Giorgio Pinchiorri, patron dell’omonima enoteca di Firenze, prenotò – fin dalla prima annata – 500 magnum l’anno. Il giornalista Luciano Di Lello fece una sorta d’inchiesta. La domanda era: scegliere i dieci vini da salvare sull’Arca di Noè in un’ipotetica alluvione. Tra di essi c’era anche il Ronco delle Acacie.
Il Ronco delle Acacie fu un vino che cambiò la storia dei bianchi friulani, assieme al Vintage Tunina di Silvio Jermann e al Terre Alte, voluto da Maurizio Felluga contro la volontà di suo padre.
La prima legge Doc era nata zoppa: non aveva previsto l’evoluzione dell’enologia e degli stili dei vini e generò il paradosso italiano: i grandi vini innovativi – dal Sassicaia al Tignanello, dai Barbaresco di Gaja al Vintage Tunina di Jermann e a tanti altri ancora – dovettero chiamarsi “Vino da Tavola”. Il paradosso? Che quella denominazione il legislatore l’aveva prevista per i vini di bassa lega, mentre finì per definire quelli di vertice. Tra questi anche il “mio” Ronco delle Acacie dell’Abbazia di Rosazzo, prima vendemmia l’81 che, come detto, fu il primo bianco secco fermentato in barrique d’Italia. Da vecchie vigne di Tocai che, dal 1984, ebbe modeste quantità di Chardonnay e Pinot bianco.
Scatenò anche le ire dei produttori locali, molti dei quali mi lapidarono, verbalmente, sulle piazze pubbliche, accusandomi che avrei distrutto il vino friulano. Salvo poi provare nel segreto delle loro cantine. La storia ha dato loro torto. Va detto che la mia regola sulle barrique era – ed è tuttora rimasta tale – che il vino doveva sapere di vino e non di legno. Doveva avere un approccio soft. Il progetto partì a monte, dal vigneto, con basse rese e uve mature.
Erano i preziosi insegnamenti impartitimi dal marchese Piero Antinori e dal suo enologo Giacomo Tachis. Il vino in barrique è come il pane nel forno: ti giri e sa di bruciato. Ha ragione Renzo Cotarella, ceo della marchesi Antinori, quando afferma che “la barrique è una minigonna che non sta bene a tutte le donne”.
Queste le note di una degustazione inviatemi da Mitja Sirk, il 2 aprile 2015, del ristorante stellato “La Subida” di Cormòns, che comprendeva anche il Ronco delle Acacie 1984. Vino di oltre trent’anni!
Ronco delle Acacie 1984, bevuto 02/04/15 (assieme a Gaja Barbaresco 1969). Tappo in ottimo stato, sorprendono la bella consistenza e l’uniforme umidità… Il primo assaggio, a temperatura di cantina 13-14° C circa, ti strega.
Non ha bisogno di rinfrescarsi, è a suo agio e chiacchiera già in modo confidenziale. Il colore dorato con ancora qualche riflesso verdognolo fa sperare bene. Note aromatiche floreali ancora giovanili, di nerbo sicuro. Al palato albicocche e altri frutti maturi, un accenno al miele. Elegante, lungo, sempre molto presente. L’ultimo sorso, 3 ore dopo, è fatto a malincuore. Certamente uno dei vini di cui conserverò un ricordo importante!
Mitja”.

ronco_delle_acace
Magnum del Ronco delle acacie 1984 assaggiato dopo trent’anni, ovvero nel 2014.

La Ribolla gialla.
Il bianco autoctono che ho sempre preferito. L’ho interpretato fin dall’inizio come vino giovane, fresco. Giocando sulla sua semplicità di beva, sulla nervosità e sulla mineralità in bocca. Floreale, accattivante. L’ho definito il nostro bianco più moderno in quanto il più antico (infatti è quello che vanta documenti certi più lontani: risalgono al 1299).
L’ho portato – dal 1981 – in tutto il mondo: dalla Germania agli USA al Giappone, quando parlare di autoctoni era quasi un’eresia (la maggior parte dei vignaioli mi rideva dietro).
In un convegno a Gorizia – era la prima edizione di Bianco & Bianco – ebbi il coraggio di contestare il conte Attems, fra l’altro artefice del consorzio Collio, prima Doc regionale e certamente la più prestigiosa. Il conte dichiarò che la Ribolla gialla non fu ammessa nel disciplinare in quanto allora – era il 1964 – praticamente non esisteva. “Noi abbiamo fotografato la situazione”, affermò. Chiesi la parola – incoraggiato da Veronelli, che avevo accanto – in quanto in tasca avevo un documento della Camera di commercio di Gorizia nella quale si certificava che la Ribolla gialla era tra le varietà più diffuse, al pari del Tocai. Rivolgendomi al conte Attems dissi, con la sfrontata sicurezza dei giovani: “Signor conte, lei con ogni probabilità aveva la macchina fotografica senza rullino” ed esibii il documento. Mi tolse il saluto per anni.
Il Collio introdusse la Ribolla gialla in una successiva modifica del disciplinare. Ora ne fa una bandiera e ciò gli fa onore (senza, peraltro, trovare una soluzione per proteggerla sotto il profilo legislativo). Meno quando ne vanta la primogenitura, il coraggio della scelta, l’esclusività dell’origine. No, la storia è un’altra. Chi salvò questo vino, inserendolo nel primo disciplinare della Doc Colli Orientali del Friuli nel 1970, fu Gaetano Perusini della Rocca Bernarda, il cui padre aveva recuperato la vita e la storia del Picolit. Fu lui che impose, dall’alto della sua cultura, che la Ribolla gialla fosse inserita nella Doc. Nei suoi studi che si afferma che la culla, ma soprattutto la fama di questa varietà, ebbe origine dai vigneti dell’Abbazia di Rosazzo. Fama che durò per almeno quattro secoli (fino alla comparsa sul mercato di Venezia del Picolit dell’Asquini, agli inizi della seconda metà del ‘700), in quanto la Ribolla fu il vino delle pubbliche relazioni della Serenissima. Lo spiega la storia.
Fondata tra il 1068 e il 1070 dagli Agostiniani, nel 1082 il patriarca Ulrico donò all’Abbazia la chiesa di S. Andrea fuori le mura di Capodistria, con annessi vigneti e uliveti. Nel 1091 il Monasterium rosarum diventa benedettino. “La potenza dell’Abbazia – scrive Arduino Cremonesi ne L’eredità europea del patriarcato di Aquileia – crebbe abbastanza velocemente per effetto di molte donazioni avute dai conti di Gorizia, che concessero, inoltre, numerosi privilegi. E’ per tale motivo che la nobile famiglia goriziana aveva il diritto di partecipare alla nomina dell’abate ed anche di presentarlo”. I monaci, che seguivano la regola Ora et labora (un tempo per la preghiera e uno per il lavoro e lo studio), vi rimasero ben 332 anni, fino al 1423. Grazie a loro il monastero raggiunse una grande potenza spirituale, ma anche temporale, che li portò ad avere possedimenti dall’attuale Collio fino alla valle del Vipacco, ora Slovenia. I Benedettini di Rosazzo furono, di fatto, i rifondatori della viticoltura, dopo le terribili distruzioni causate dagli Ungari nel sec. X. Nella crescita socio-economica del tempo assume molta importanza la loro dedizione allo studio e al lavoro. Per cui molte delle nostre varietà autoctone, come afferma il Perusini, furono da loro selezionate e poi migliorate.

Il Merlot.
Certamente, dopo il Pignolo, il grande rosso del Friuli è il Merlot, varietà allogena arrivata in Friuli nel 1880, grazie a due friulani: il senatore Pecile e il conte di Brazzà che, primi in Italia, lo piantarono. Già nel 1896 il conte Savorgnan di Brazzà otteneva una medaglia d’oro a Cividale, presentandolo per la prima volta. Vino capace di unire, in Friuli, l’eleganza alla potenza. Lavoravo per Genagricola (la società agricola delle Generali, guidata dal presidente dott. Perissinotto, dal quale molto appresi negli oltre 12 anni in cui collaborai con lui). Il Merlot, all’epoca, era vissuto come vino facile, non impegnativo, raramente pensato di alto lignaggio. Era, assieme al Tocai, il vino base in osteria.
Il Merlot da noi matura molto bene, oltre che aver trovato ottimi terreni che gli permettono di esprimersi come vino di territorio dalla netta personalità.
Nel 1988 creai – a Torre Rosazza – l’Altromerlot (per sottolineare che era un Merlot diverso da quelli fino ad allora prodotti in Friuli), un rosso impegnativo, longevo, ma molto elegante. Era affinato in legno. S’impose immediatamente all’attenzione sia del pubblico sia della stampa.
Così interpretato lo adoro: sa come pochi altri vini unire l’eleganza alla struttura. Essere longevo senza esagerare nei tannini. Inoltre, è una varietà che si è perfettamente acclimatata da noi, dove, a differenza del Cabernet sauvignon, è costante in quanto matura molto bene.
L’Altromerlot – alla sua prima uscita – s’inserì di prepotenza nel novero ristretto dei grandi Merlot italiani. Wine Spectator del 15 marzo 1990 fece un lungo servizio di Daniel Thomases, dove racconta i grandi Merlot dell’epoca. Questi quelli descritti: Fattoria di Ama, Castello di Gabbiano, Avignonesi e Fonterutoli. In Friuli Torre Rosazza.

stampa3